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Writer, individual and couple
licensed
psychologist,
criminologist.
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M y S e r v i c e |
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AMOROSA VISIONE Aprile
2001
racconto di Roberto Di Marco scritto per Playboy Italia
Questo racconto e' una parodia del fortunato programma "Grande Fratello" e ridicolizza il degrado mentale raggiunto dai telespettatori e da certe trasmissioni televisive. |
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AMOROSA VISIONE
racconto di
Roberto Di Marco
P. T. è un amico. Si presenta da me in condizioni pietose. Ogni tanto pratico terapie selvagge di pronto intervento per casi disperati. Ecco la storia che mi ha rovesciato addosso in lacrime e a sprazzi. Ha conosciuto la quintessenza dell'erotismo. Una di quelle donne con cui fai fatica a reggere la conversazione, perché vorresti prima scopare, poi chiederle come si chiama. Come l'ha vista gli si sono accesi tutti gli special. Era in uno di quei party raffinati, di gente appartenente ad una casta superiore, in cui ognuno cerca negli altri la prova della propria esistenza, dove vai al solo scopo di metterti in mostra, farti fotografare accanto al nume televisivo, ridere di boiate pazzesche e rimorchiare qualche bonazza da chiavare preferibilmente la sera stessa. Cani famelici in cravatta. Il successo, la risonanza, il presenzialismo. Occhi che guardano avidamente, tanti che ti riconoscono, tutti amici che ti gesticolano, in un'orgia di sorrisi stampati in faccia, bisbigli confidenziali, voci roboanti, cazzate spiritose, bocche che divorano pasticcini, pizzette, che trangugiano drink, personaggi dello spettacolo super restaurati, obbligati a ripetere l'immagine vincente, attori, presentatori, marchettari, cani sciolti. Tutti ossessionati dalla paura di vivere in penombra, essere dimenticati, sepolti vivi, buttati nel cesso, disposti a dare il deretano per essere salutati dal regista famoso, rimediare una foto in atteggiamento confidenziale con Alba Parietti. Ciò che conta è esserci. C'ero anch'io. Ciao caro, come stai? Una voce solitaria nella folla. Ci sono anch'io. Esisto. Eccomi. Quella sera brancolava nel buio. Che spazio aveva P. T.? Qualche particina in film di serie B. Gli mancava il salto. Il grande salto. Era lì pronto come un giaguaro. Sognava la scia che si apre al suo passaggio, i flash, soprattutto i sorrisi delle belle fiche. Fin'ora ne aveva trombate circa trecento, ma si sentiva frustrato perché c'erano altri tre miliardi che non si era ancora fatto. La festa, ormai languiva. A parte quelle accoppiate e alcune cozze, le altre se la tiravano più di Greta Garbo. Pur di non finire in bianco, considerò l'idea di sbattersi anche uno scarto, un rottame, qualcosa in grado di respirare. Era immerso in questi pensieri quando fu sopraffatto dall'amorosa visione. Come uno stacco da tutto l'ambiente. Qualcosa che ti risucchia, ti tira per i capelli, ti porta fuori. Un uragano irrompe nella statica quiete di una di quelle tante serate riciclate, sbaragliando la tua insipida esistenza. I tuoi occhi non vagano più nel vuoto, smettono di cercare, si posano fissi, estatici sull'oggetto dei desideri. Davanti a te, in persona, lei. In piedi, altera e statuaria, di fronte a un tizio con gli occhiali, mellifluo, con un sorrisetto da sorcio, artificiale, da festa mondana, stampato sulle labbra. Lei ignorava totalmente lui che seduto in poltrona gli lanciava occhiate rapaci ma contenute per non sembrare troppo rapaci, mentre fantasticava, immaginava, vedeva, come in un'allucinazione, ciò che un tailleur di seta con spacco, fasciava fino alla caviglia. Finalmente l'occasione! Il soggetto allampanato si leva miracolosamente dai coglioni, lei si adagia deliziosamente su un divano, tutta sola, ineffabile, splendente di luce propria e lui come un falco distratto, che cerca di non sembrare un falco, le si è fiondato accanto. Da quel momento il miracolo! Non si sono più staccati, dimenticando l'esistenza insulsa del mondo circostante, racchiusi in una specie di alone celeste. Dopo aver sfoderato tutto il suo curriculum e averla travolta con la sua cultura pret a porter, collaudata per il rimorchio, ottiene un suo invito, per la sera stessa, nello studio di lei. (Si, perché appena lei ha detto di essere pittrice, lui si è trasformato in un collezionista maniacale di quadri, amico di pittori e critici illustri) Era sicuro che se la sarebbe fatta la sera stessa perché lo toccava in continuazione. Addirittura in un momento fugace, confidenziale, lui le ha sfiorato con le labbra il lobo sinistro. Era ai preliminari un po' contenuti, per questo più stuzzicanti. Finalmente escono come due amanti in fuga. Eccoli soli in macchina. Un bacio furioso, bestiale, divorante. E poi via nella notte verso la casa di lei. Lei, carezzevole, con le cosce rivolte verso il cambio gli strusciava la mano. Immaginò di girare in qualche fratta, abbassare il sedile e strapparle le mutande ma cercò di darsi un contegno. Lì abita un pittore mio amico, De Simone. Non so se lo conosci. Un emergente. Ha una pennellata istintiva, naif. Accidenti che chiavata. Come arrivo a casa la sbatto sul letto, altro che quadri. Se lo sentiva già duro. Lei, da gran troia, sempre più accattivante, ammiccante. Finalmente a casa. Bevi qualcosa? Si grazie. Sono questi i quadri? Ma sono bellissimi. Non aveva mai visto cagate simili. Lui si accomoda. Lei gli porge da bere. Si siede al suo fianco. Ecco il momento. Le prende la mano. Lei ci sta. Bacio sul collo improvviso, fugace. Lei ci sta. Mano che scivola sotto la gonna. Lei ci sta. La mano sale, sempre più su. Lei freme, sbrodola, si contorce come un'anguilla. Lui sta per immergere la testa fra le sue cosce ma ecco un coro di voci alle spalle. Personaggi che sbucano come marziani, come zoccole inferocite. Un regista della RAI l'abbraccia. Sei andato benissimo. Metti una firma qui. Ma chi cazzo siete? T'abbiamo seguito, inseguito, braccato con le telecamere nascoste. Sarai lanciato nel reality show. Abbiamo raccolto brandelli della tua vita di tutti i giorni Ti abbiamo spiato nella privacy, mentre giri per casa in mutande, ti fai la barba, ti tagli le unghie e fermi una donna per strada. Ne faremo un film da sballo in cui la realtà diventa spettacolo. Proponiamo una tv guardona. La gente è stufa della fiction, vuole la verità, la trasparenza. In te vediamo il macho da pollaio, sopravvissuto al femminismo e alla globalizzazione. Rilanciamo il mito del latin lover, quello che ci prova con tutte, che si rigira per guardare il culo, che colleziona donne come figurine, bugiardo, infedele quanto vuoi ma disarmante, encantador. Sarai la nostra identità nazionale. Troppo forte l'occhio allupato con cui punti la preda. Dritto allo scopo come un rinoceronte. Basta con tutti questi cazzetti mosci. Il successo. Lo vuoi il successo? E allora firma, che aspetti? Ma sono piaciuto? Calma! La parola al pubblico. È lui il giudice supremo, assoluto, il despota capriccioso e volubile. Qui siamo tutti appesi all'audience come malati terminali al tubo dell'ossigeno. Ed eccolo in televisione, in prima serata. Il pubblico cincischia. L'audience barcolla. Poi centinaia di telefonate in diretta. Si, è lui, l'hanno riconosciuto, l'italiano della porta accanto, in cui tutti si identificano, un po' esibizionista, un po' bambinone, mammone, innamorato di se. Il pubblico, come in un anfiteatro romano, ha alzato il pollice in alto. Applaudito, acclamato. Abbracci, baci, complimenti. Subito un contratto per un film. Il presentatore l'abbraccia. Ce l'hai fatta! Sei dei nostri. Invitato nelle trasmissioni televisive, nei locali alla moda, nelle discoteche di grido, nei salotti eccellenti. Conquista con allegria senza fingersi un intellettuale, osserva una conduttrice dall'orgasmo facile. La gente lo riconosce per strada. Autografi, fotoreporter alle costole. I giornali, i settimanali, le interviste non si contano. Lei cosa ha provato nel momento in cui sono sbucati gli uomini della troupe televisiva? M'hanno bloccato mentre stavo per farmela. Li mortacci loro! Le oche giulive sono tutte bagnate, lo acclamano dalla platea. Basta col micio, ridateci il macho. Ma Graziella Buttalafava, del settimanale per donne sole, insorge. Basta col macho, ridateci il micio. L'Italia è divisa. La sessualità è ormai uno status symbol, un dovere sociale tuona Zambroni, il sociologo del momento. Nessuno ci capisce una minchia ma tutto fa brodo. Ci avete rotto i coglioni col recupero nell'uomo della femminilità strilla Magnaschi, il critico letterario. Un settimanale lancia un test intrigante. E tu sapresti come conquistarlo? Migliaia di donne sognano di farsi violentare da lui. In lui la forza della natura si mescola all'ingenuità titola un rotocalco. Anche la mamma è investita dalla fama. Indicata dai passanti. Eccola! Abbracciata, complimentata, subissata di telefonate, di complimenti. È lei che l'ha partorito! Invitata in televisione. Cosa si prova a essere la mamma di Pedro? Dopo i consigli per gli acquisti sogghigna gongolante il presentatore. La fama raggiunge il macellaio dove la mamma di Pedro va a comprare la carne per Pedro. E tutti vanno dal macellaio della mamma di Pedro per vedere la mamma di Pedro che compra la carne per Pedro. Il macellaio stranito, sbigottito, è in televisione. Cosa si prova a essere il macellaio di Pedro? Che tipo di carne mangia Pedro? Ariecco i consigli per gli acquisti. Tutti si vantano di qualcosa. Io ci ho parlato. Io l'ho visto. Io l'ho toccato, io l'ho baciato. Io ci ho scopato, ricorda una biondina. Me l'ha messo due volte di dietro con la forza e sogna di confessarsi in lacrime nel talk show dei talk show, davanti a lui, il re dei presentatori. Vengono invitati in televisione tutti quelli che lo hanno conosciuto. I miracolati. Amici, zii, nipoti, le sue ex, il suo gatto. Tutti irradiati da sprazzi di gloria. Com'era, che faceva, come si comportava. Lo trovate cambiato? Ma è proprio così? Cosa si prova a essere lo zio, il nipote, il nonno, il compagno di scuola, il vicino di casa di Pedro? Scusi, un particolare piccante, qualcosa di più personale, di esclusivo, di intimo. Lasciate passare per cortesia. Intorno i lacchè. I registi, i produttori, le guardie del corpo, il curatore d'immagine. Mi raccomando Pedro sii te stesso. Vai con la parolaccia. Un bel vaffanculo in diretta televisiva. La parola d'ordine è spontaneità, mandare tutti a cagare. Se vedi tra il pubblico una che ti piace, cerca di fartela davanti a tutti. È l'audience, il pubblico che lo vuole, questo mostro vorace, con milioni di teste, assetato di emozioni forti, che vuole tutto subito, come un bambino viziato e perverso. Un coro si alza verso di lui, lo acclama. Non c'è premio Nobel che tenga. Un partito gli offre la sua candidatura, dato l'interesse crescente per le performances sessuali dei politici. Un settimanale pubblica la sua foto col pisello da fuori. Un paparazzo è riuscito ad arrampicarsi sulla finestra del cesso. Qual'è l'uomo più importante del momento? chiedono a dei concorrenti televisivi. Il papa. No. Il presidente della repubblica? Ma è lui, Pedro, il re del rimorchio, il gallo cedrone nazionale, il trivellatore che non perdona, l'erede del principe fusto, di un certo playboy casereccio, fatto in casa, simbolo di un'Italia al tramonto, provinciale ma vera, sanguigna, godereccia. Sceglie tre oche e se le porta a casa. Un'orgia pazzesca. E l'indomani telefona lei, amorosa visione. Ci vediamo? Certo. Questa volta anche davanti alle telecamere la sfondo. Non mi ferma nemmeno la Santa Sede. Ed eccolo di nuovo a casa di lei come quella famosa sera. Si sta spogliando come la Loren nel film ieri oggi e domani. Dai, levati tutto, troia. Dove ce l'hai nascosta la telecamera? Si lo so che avete le telecamere nascoste, che state tutti acquattati. Gli sembra di sentire il pubblico che lo incita. Volete vedere come me la chiavo? Porci, guardoni. Volete la diretta? Pervertiti, depravati, maniaci. In che posizione volete che ve la metto? Volete vedere quanto sono bravo? Adesso ve lo mostro. Ma c'è qualcosa che non risponde. Che diavolo fai? Lui non ne vuol sapere, il figlio di mignotta. Se ne sta tutto imbronciato, ritirato in se stesso e si rifiuta di uscire in pubblico, di dare spettacolo. Hai voglia a dirgli bello, su da bravo. Niente, più moscio di un pesce fracico. Hei svegliati. Proprio adesso? Ora è qui, nel mio studio, sdraiato sul lettino.
Roberto Di Marco |
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